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La legge n. 55/2006 e il nuovo istituto del "patto di famiglia"

27/06/2006

La legge 14 febbraio 2006, n. 55 (pubblicata sulla GU n. 50 del 1 marzo 2006), contenente le modifiche al Codice civile in materia di patto di famiglia, inserisce all’interno del Libro II, Titolo IV del Codice civile, il nuovo Capo V-bis "Del patto di famiglia" (artt. 768-bis - 768-octies).

Le nuove norme, in vigore dal 16 marzo scorso, introducono nel nostro ordinamento l’istituto del patto di famiglia, che deroga al generale principio del divieto di patti successori di cui all’art. 458 c.c., consentendo di regolamentare, mediante contratto, la successione dell’imprenditore o del titolare di partecipazioni societarie e di gestire in anticipo la trasmissione generazionale delle aziende, al fine di evitare dissidi ereditari tra familiari.

La continuità nella gestione dell’impresa rappresenta, infatti, un valore fondamentale per la capacità delle imprese familiari di competere sul mercato e di produrre e diffondere ricchezza, un valore affermato da tempo anche in ambito comunitario.

La Commissione CE, considerando le ripercussioni negative che le difficoltà inerenti alla successione hanno sul tessuto economico delle imprese, sui loro creditori e lavoratori nonché sulla continuità stessa dell’impresa, con la Raccomandazione 94/1069/CE del 7 dicembre 1994 sulla successione nelle piccole e medie imprese, ha invitato gli Stati membri ad adottare le misure necessarie per facilitare la successione nelle piccole e medie imprese. L’adozione di una serie di misure dirette ad agevolare il buon esito della successione e a spingere l'imprenditore a organizzare la successione quando è ancora in vita consentirebbe, a giudizio della Commissione, di assicurare la sopravvivenza delle imprese ed il mantenimento dei posti di lavoro.

Il provvedimento in questione è diretto proprio a garantire la certezza della successione (effettivo passaggio generazionale) nella gestione e nell’interesse dell’azienda e, al contempo, ad evitare i rischi connessi allo scioglimento dell’impresa per effetto della scomparsa dell’imprenditore o del socio di riferimento e alla incapacità dei suoi discendenti di continuare a gestire congiuntamente l’attività familiare.

In particolare, l’istituto del patto di famiglia, appena introdotto, permetterà di concludere contratti aventi ad oggetto la trasmissione delle attività economiche appartenenti all’imprenditore ad uno o più discendenti, in deroga, come detto, al tradizionale divieto di stipulare contratti aventi ad oggetto una successione ereditaria ancora da aprirsi.

Al riguardo, il legislatore ha modificato l’art. 458 del codice civile ("Divieto di patti successori"), che sancisce la nullità di ogni convenzione con cui taluno dispone della propria successione nonché di ogni atto col quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta, o rinunzia ai medesimi, prevedendo una clausola che fa salve le nuove disposizioni in materia di patto di famiglia.

Conformemente alle indicazioni contenute nella citata Raccomandazione 94/1069/CE della Commissione europea, viene introdotta una disciplina speciale per la successione dei beni produttivi, che tiene conto della qualità dei beni oggetto della successione e si riferisce tanto all’azienda quanto alle partecipazioni sociali.

Entrando nel merito della disciplina, la legge 55/2006 (nuovi artt. 768-bis e 768-ter c.c.) rende legittimo nel nostro diritto interno il contratto, concluso per atto pubblico a pena di nullità, con cui "l'imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l'azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, a uno o più discendenti" (figli legittimi, naturali o adottivi oppure nipoti).

La nuova disciplina prevede che al contratto/patto di famiglia debbano partecipare - oltre all’imprenditore - anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero qualificabili come legittimari, se in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio del disponente (quindi, coniuge, figli o nipoti e, in caso di assenza di discendenti, gli ascendenti legittimi).

Il patto di famiglia ha natura negoziale e deve essere firmato da tutte le parti in causa e, a differenza del testamento che è revocabile in ogni momento, ha valore definitivo.

La normativa prevede, infatti, che il contratto possa essere sciolto o modificato solo per volontà delle medesime persone che hanno concluso il patto di famiglia mediante un successivo contratto che presenti le stesse caratteristiche e i medesimi presupposti, ovvero mediante recesso (se previsto espressamente nel contratto stesso) accompagnato da una dichiarazione agli altri contraenti certificata da notaio (art. 768-septies c.c.).

Inoltre, il legislatore, nel disciplinare la trasmissione dell’impresa di famiglia ad uno o ad alcuni dei discendenti, ha voluto tutelare gli interessi degli altri soggetti coinvolti nella successione disponendo la "compensazione" dei familiari non assegnatari dell’azienda con un’attribuzione in denaro o in natura.

Gli assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie (e non il disponente) sono, infatti, tenuti a liquidare gli altri partecipanti al contratto, a meno che costoro non vi rinunzino in tutto o in parte, con il pagamento di una somma corrispondente al valore delle quote di legittima loro spettanti oppure, su accordo delle parti, con beni in natura (art. 768-quater c.c.).

La base di calcolo della somma dovuta "in compensazione" dal discendente assegnatario agli altri legittimari è costituita dal valore dell’azienda o delle partecipazioni oggetto della cessione e l’assegnazione può essere disposta sia nel medesimo contratto che in un successivo contratto, espressamente collegato al primo, cui partecipano gli stessi soggetti che hanno concluso il primo accordo.

I beni attribuiti ai partecipanti al patto che non sono assegnatari dell’azienda sono imputati alle quote di legittima loro spettanti secondo il valore fissato in contratto.

Con riferimento ai beni assegnati a tutti i contraenti, è inoltre importante sottolineare che la normativa consente la dispensa dalla collazione e introduce la rinuncia all’azione di riduzione.

Inoltre, al fine di garantire parità di trattamento ed evitare sperequazioni, il legislatore ha regolato anche i rapporti con i terzi (rispetto al patto), legittimari sopravvenuti, vale a dire i soggetti che assumono la qualifica di legittimari del disponente al momento del suo decesso, ma dopo la stipula del patto di famiglia.

Al riguardo, si stabilisce che all’apertura della successione dell’imprenditore il coniuge e gli altri legittimari "sopravvenuti" possano chiedere ai beneficiari del contratto (gli assegnatari dell’azienda e gli altri familiari che abbiano ricevuto attribuzioni in compensazione) il pagamento della somma che sarebbe loro spettata se avessero partecipato al patto, aumentata degli interessi legali. La mancata osservanza di questa disposizione costituisce motivo di impugnazione al pari - come vedremo - dei casi di vizi del consenso (art. 768-sexies c.c.).

La legge disciplina le ipotesi di invalidità del patto di famiglia in presenza di vizi del consenso, legittimando i partecipanti ad impugnare il patto qualora il loro consenso sia stato viziato da errore, violenza e dolo, ai sensi degli artt. 1427 ss. c.c.

Rispetto all’ordinario termine quinquennale (ex art. 1442 c.c.) di prescrizione dell’azione di annullamento dei contratti, nel caso del patto di famiglia l'azione si prescrive nel termine di un anno (art. 768-quinquies c.c.).

Infine, la normativa si chiude con una disposizione relativa alle "controversie" (art. 768-octies c.c.), che prevede l’obbligo per le parti di devolvere preliminarmente tutte le possibili controversie in materia di patto di famiglia a uno degli organismi di conciliazione introdotti dal decreto di riforma del processo societario (ex art. 38, d.lgs. n. 5/2003).


Per maggiori informazioni: Barbara Ferrandu

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